
L’Italia ha bisogno di una radicale riforma fiscale e dell’istituzione di un agenzia delle uscite
L’Italia ha oggi bisogno di una vera riforma fiscale, profonda, strutturale, capace di ristabilire equilibrio tra lo Stato ed il cittadino. Non servono interventi di facciata, né l’ennesima modifica normativa costruita soltanto per aumentare il gettito o ampliare i poteri dell’amministrazione finanziaria. Serve invece una riforma che rimetta al centro i principi dello Stato di diritto, il rispetto delle libertà individuali, il diritto di difesa e la fiducia reciproca tra contribuente e istituzioni.
Negli ultimi decenni il sistema tributario italiano si è trasformato progressivamente in un apparato sempre più invasivo, opprimente e sbilanciato. Il cittadino onesto, il piccolo imprenditore, il professionista, la famiglia, vivono spesso il rapporto con il fisco non come un normale dovere civico, ma come un continuo stato di pressione e sospetto. In Italia il contribuente troppo spesso viene considerato colpevole ancora prima di essere ascoltato.
Uno dei problemi più gravi riguarda certamente la giustizia tributaria. In qualsiasi democrazia moderna il giudice deve essere realmente indipendente da chi formula l’accusa. Nel nostro sistema, invece, il Ministero dell’Economia e delle Finanze controlla da un lato l’Agenzia delle Entrate, cioè il soggetto che avanza le pretese tributarie nei confronti dei cittadini, e dall’altro mantiene poteri organizzativi e amministrativi sulle Corti di Giustizia Tributaria. Si tratta di una situazione che genera inevitabilmente un problema di credibilità, di equilibrio istituzionale e di percezione di imparzialità.
Non è accettabile che il medesimo centro di potere amministrativo governi contemporaneamente chi accusa e l’apparato chiamato a giudicare quelle stesse accuse. La giustizia tributaria deve essere sottratta definitivamente al controllo del Ministero dell’Economia e deve diventare realmente autonoma ed indipendente, esattamente come avviene per la magistratura ordinaria. Solo un giudice pienamente terzo può garantire al cittadino un processo equo ed un reale diritto di difesa.
A ciò si aggiunge un altro tema estremamente delicato: la progressiva invasività del fisco nella vita privata delle persone. Negli anni si è assistito ad un’espansione continua dei poteri di controllo dell’amministrazione finanziaria. Accessi ai conti correnti, controlli bancari, monitoraggi finanziari, incrocio massivo dei dati personali: tutto ciò avviene spesso senza un preventivo controllo di un giudice indipendente. Lo Stato entra nella vita economica dei cittadini con strumenti invasivi che incidono direttamente sulla privacy e sulla libertà individuale.
Questa situazione è diventata ancora più evidente dopo la recente condanna dell’Italia da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella sentenza Ferrieri e Bonassisa contro Italia, pronunciata l’8 gennaio 2026. La CEDU ha richiamato il nostro Paese alla necessità di garantire un corretto equilibrio tra esigenze fiscali e tutela dei diritti fondamentali della persona. La lotta all’evasione non può trasformarsi in una compressione permanente delle libertà costituzionali. In uno Stato democratico il cittadino non può essere trattato come un sorvegliato speciale soltanto perché possiede un conto corrente o svolge un’attività economica.
Occorre allora introdurre limiti rigorosi ai poteri di accesso ai dati finanziari, prevedendo controlli preventivi dell’autorità giudiziaria e rafforzando concretamente le garanzie sulla riservatezza dei dati personali. Il contrasto all’evasione fiscale è doveroso, ma non può giustificare qualsiasi forma di invasione della sfera privata.
Un ulteriore problema riguarda l’affidamento della riscossione dei tributi locali a società private. Negli ultimi anni molti enti pubblici hanno delegato a soggetti privati poteri estremamente delicati: accertamenti, riscossioni, accesso ai dati personali dei cittadini e persino attività esecutive. In pratica funzioni che dovrebbero appartenere esclusivamente allo Stato vengono affidate a società che perseguono inevitabilmente interessi economici propri.
Questa situazione rischia di creare un sistema poco trasparente, nel quale società private esercitano poteri pubblici senza adeguati controlli democratici. Si è arrivati al punto di attribuire a soggetti privati strumenti invasivi e coercitivi che incidono profondamente sulla vita delle persone. È necessario riportare sotto il pieno controllo pubblico le funzioni più sensibili della riscossione e garantire trasparenza, responsabilità e controlli rigorosi.
Ma forse il nodo più grave dell’intero sistema tributario italiano riguarda il tema dell’onere della prova. I giuristi romani affermavano un principio fondamentale del diritto: onus probandi incumbit actori, cioè chi accusa deve provare. Nel diritto tributario italiano, invece, questo principio viene spesso capovolto. Attraverso presunzioni fiscali, automatismi, ricostruzioni induttive e inversioni dell’onere probatorio, il contribuente viene frequentemente costretto a dimostrare di non aver evaso.
Si tratta di un’anomalia gravissima sotto il profilo giuridico e democratico. I romani stessi definivano la prova negativa una probatio diabolica, cioè una prova quasi impossibile da fornire. Eppure oggi il cittadino si trova spesso nella condizione di dover giustificare ogni movimento bancario, ogni spesa, ogni operazione economica, dovendo dimostrare la propria innocenza davanti a presunzioni che favoriscono sistematicamente il fisco.
Le presunzioni pro fisco devono essere drasticamente ridimensionate. Lo Stato deve tornare a provare concretamente le proprie accuse. Il diritto di difesa non può essere soltanto teorico, ma deve essere pieno ed effettivo. Un sistema tributario moderno non può fondarsi sulla presunzione di colpevolezza del contribuente.
Accanto a queste riforme, emerge poi una proposta di grande valore simbolico e sostanziale: l’istituzione di una vera e propria “Agenzia delle Uscite”. In Italia esiste una macchina potentissima per controllare i cittadini, monitorare i redditi e recuperare tributi. Non esiste però un organismo altrettanto efficiente nel controllare gli sprechi dello Stato, le spese inutili, le inefficienze amministrative, le consulenze prive di utilità, le clientele ed il cattivo utilizzo del denaro pubblico.
Come insegnavano già i romani, divide et impera: dividere i cittadini per governarli meglio. Oggi lo Stato alimenta spesso contrapposizioni artificiali tra partite IVA, lavoratori dipendenti, autonomi e pensionati, concentrando tutta l’attenzione soltanto sulle entrate fiscali. Così facendo si distoglie però lo sguardo dal vero grande problema dell’Italia: non quanto lo Stato incassa, ma come e quanto spende
Lo Stato pretende rigore dai cittadini, ma troppo spesso non applica lo stesso rigore a sé stesso. Un’Agenzia delle Uscite avrebbe il compito di vigilare sistematicamente sulla qualità e sull’efficienza della spesa pubblica, garantendo trasparenza e responsabilità nell’utilizzo delle risorse collettive. Perché la vera giustizia fiscale non consiste soltanto nel pretendere di più dai contribuenti, ma soprattutto nello spendere bene ciò che viene prelevato.
L’Italia ha bisogno di una nuova cultura fiscale. Una cultura fondata non sulla paura, ma sulla fiducia. Non sull’oppressione burocratica, ma sull’equilibrio tra diritti e doveri. Non sulla presunzione di colpevolezza, ma sul rispetto delle garanzie fondamentali dello Stato di diritto.
Solo uno Stato che rispetta i cittadini può pretendere dai cittadini il rispetto delle regole.
Napoli,li 27/05/2026
Avv. Giuseppe Marino

